La leggenda vuole che Henry Binns e Sam Hardaker – le due menti dietro al progetto Zero 7 –, abbiano fatto il proprio ingresso nell’industria musicale come ragazzi porta-caffè (anzi, tè) in un celebre studio di registrazione londinese. Una gavetta che a breve li portò a lavorare accanto a nomi del calibro di Pet Shop Boys e Robert Plant, permettendo al duo londinese di acquisire competenze dietro le scene “che contano” per tutti gli anni 90. Prendendo spunto per il nome da un nightclub in Honduras, nel 1999 Binns e Hardaker formano gli Zero 7, band con pianta stabile a due che, nel corso degli anni, ospiterà numerose voci femminili – tra cui l’australiana Sia Furler e la jamaicana Mozez. Dopo alcuni remix ben riusciti, tra cui “Climbing Up the Walls" dei Radiohead e “Love Theme from Spartacus" di Terry Callier, all’alba degli anni zero, l’esordio “Simple Things” (Palm Pictures, 2001) viene (ben) accolto come erede britannico dello spazio delimitato qualche anno prima dai francesi Air. Post trip hop smaltato di (voci) soul, easy listening dreamy dalle sfumature noir, sinfonie avvolgenti e melodie azzeccate, per un album che, infatti, è disco d’oro e si aggiudica diverse nominee per gli Awards del 2002, tra cui il Mercury Prize. Sofisticati ed eleganti, fascinosi e languidamente malinconici, a cavallo tra lounge moderna e leziosità west coast, gli Zero 7 proseguiranno su questa strada ancora per il secondo “When It Falls” (Elektra, 2004), per poi virare di genere con gli ultimi due lavori in studio. Nominato anche per i Grammy nella sezione Best Electronic/Dance Album, “The Garden” (Atlantic, 2006) è il passaggio degli Zero 7 dai salotti buoni al dancefloor, con esplosioni di colore ed upbeat incalzanti, ma anche momenti più tenui grazie alla voce calda dell’ospite Josè Gonzales. Mentre nel 2007 fanno confluire le proprie velleità sperimentali nel progetto Ingrid Eto, Zero 7 rimane il luogo del pop per i due producer britannici. Nel 2009, il quarto ed ultimo “Yeah Ghost” (Atlantic, 2009), è il definitivo omaggio ad un pop elettronico miscelato con jazz ambient, plausibilmente più energico e glitterato dell’album precedente. Uscito l’anno scorso per Warner, “Record: The Best of Zero 7” raccoglie, invece, le maggiori hit del duo, da alcuni degli innumerevoli brani usati per colonne sonore nel corso degli anni, alla più recente ambient techno per dancefloor.